Mi chiamo Gennaro Russo e sono nato a Secondigliano, un quartiere di Napoli, il primo giugno del 1942. Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale quando bombardavano Napoli, abitavamo vicino all’aeroporto che era una zona militare, per cui mio padre pensò bene di trasferire tutta la famiglia a Cassino. Quando i tedeschi bloccarono l’avanzata degli americani verso Nord La mia famiglia si rifugiò nel monastero di Cassino, convinti che non l’avrebbero bombardato; ma gli americani non tennero conto di che edificio si trattasse e lo bombardarono comunque.

I miei genitori per proteggersi dalle bombe si rifugiarono nei sotterranei dove c’erano le fogne. Nella nostra breve permanenza in quel posto morì mio nonno materno e mia madre contrasse la tubercolosi, anche mio padre risalì dai sotterranei del monastero con problemi polmonari, che si portò dietro per tutta la vita. Quando avevo due anni, due anni e mezzo, la guerra finì e la famiglia Russo ritornò nel suo quartiere a Secondigliano. Con ll ritorno a casa, iniziando dall’anno 1947, la vita proseguì nella sua quotidianità, sia pure con tante difficoltà, essendo il dopo guerra un periodo molto critico.

I miei familiari di mestiere facevano i calzolai, quindi i miei genitori e le mie zie andarono a lavorare in una fabbrica di scarpe il cui proprietario era un certo Luise, la cui famiglia era tutta convertita all’Evangelo. In quel tempo la maggior parte delle fabbriche erano organizzate nella stessa casa dove vivevano i proprietari, poiché era sempre un lavoro che coinvolgeva tutta la famiglia. Quindi stando in casa propria, spesso capitava che, quando il lavoro si prolungava, la famiglia cenava anche con gli operai ancora al lavoro. La famiglia dei titolari pregava prima di mangiare e mio padre mi raccontava che non aveva mai sentito pregare in quel modo e ne fu profondamente colpito.

Prima di andare via chiese spiegazioni al capo famiglia il quale rispose che erano di fede evangelica e che frequentavano una comunità che si trovava a S. Giovanni a Carbonara, che era la prima comunità in quella zona. Avevo cinque anni e ricordo il luogo dove si celebravano i culti, era uno scantinato con un lungo corridoio ed in fondo a questo, c’era una scrivania che fungeva da pulpito, su cui era appoggiata una grossa Bibbia aperta, sulla parete alle spalle di quel che era un pulpito, c’era l’immagine di una Bibbia aperta su la quale vi era scritto un verso del Salmo 91: “Chi dimora al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente” (Sl 91:1).

I miei parenti iniziarono a frequentare quella prima comunità e si convertirono al Vangelo, anche se mio padre non fu sempre costante nella fede comunque era presente ai culti, mentre mia madre e le mie zie erano ben piantate nella fede del Dio vivente. Mia mamma, nonostante fosse malata di tubercolosi, lavorava anche lei perché la malattia non era ancora in una fase avanzata, anche mio padre si portava dietro i suoi problemi respiratori. Ma oltre ai mali dei miei genitori, fu un periodo in cui l’ombra della morte era sulla nostra casa, la malattia di mia madre andava sempre più peggiorando tanto da non poter più lavorare, le crisi respiratorie erano continue ed io, anche se piccolo, soffrivo molto.

Dopo un po’, mia mamma fu ricoverata nell’ospedale Principe di Piemonte dove vi resto molto a lungo. Questo mi fece vivere in un tempo di profonda angoscia, crescendo in questa condizione mi fece cadere in depressione, tanto da aver paura della morte al punto di evitare anche di leggere i manifesti funebri. Altro punto dolente della mia vita da bambino, era la discriminazione che tutti i figli dei credenti dovevano subire da parte delle maestre. Mio padre organizzò una piccola fabbrica di scarpe a conduzione familiare, dove c’era il lavoro di mia madre e delle zie. Mia madre per non avermi tra i piedi, a dar fastidio, mi iscrisse ad una scuola privata gestita dai preti di Padre Gaetano Enrico, detto il superiore.

Erano i primi anni di scuola elementare, non ebbi problemi fin quanto non si accorsero che i miei genitori erano convertiti, il problema si presentò in seconda elementare quando il maestro seppe che ero il figlio del “protestante”. Tutti i figli dei credenti subivano la stessa sorte, in classe facevano la preghiera prima di iniziare e per chi non obbediva c’era la punizione, che puntualmente tutti noi dovevano scontare. Un pomeriggio ad un mio compagno di classe cadde in terra la penna ed io mi abbassai per prenderla, ancora oggi non riesco a dare una spiegazione alla reazione violenta che ebbe il maestro verso di me, che poi in fondo era solo un bambino. Mi picchiò in modo così violento che ricordo ancora la rabbia in ogni suo schiaffo.

Alla fine delle lezioni tornai a casa e non dissi nulla in merito all’episodio in classe, prima per paura della reazione di mia madre e poi perché il mio carattere introverso non mi aiutava a liberarmi delle emozioni che avevo dentro. Di solito, quando tornavo a casa, per dare sfogo all’energia repressa di ore fermo in classe, correvo e saltavo giocando insieme ai miei fratelli, quel pomeriggio invece, andai a dormire e non volli neppure mangiare. Mia madre si insospettì di questo mio atteggiamento e si accorse che avevo il viso gonfio e un livido dietro le orecchie, conseguenza della violenza con cui il maestro me le tirò. Alla fine, dovetti dire la verità e mio padre si arrabbiò moltissimo.

Mio padre aveva un carattere molto irruento, così, insieme al fidanzato di una mia zia, chiese di parlare con il direttore della scuola, non avendo ricevuto soddisfazione dalle risposte del direttore, minacciò il professore che aveva inveito verso di me. Essi si appostarono fuori la scuola per poter “parlare” con il maestro, ma non riuscirono a incontrare questo maestro, molto probabilmente lo facevano uscire da un’altra parte, per questa ragione i miei genitori non mi mandarono più a questa scuola, facendomi perdere l’anno scolastico. Ma nonostante questo particolare, il Signore ci fece giustizia. Fui iscritto in un’altra scuola dove frequentai nuovamente la seconda classe, qui c’era un maestro che si chiamava Palumbo Giovanni, aveva fiducia nelle mie capacità.

Visto che avevo deciso di non continuare negli studi, parlò con mio padre, dicendogli che ero bravo e che mi doveva dare la possibilità di continuare a studiare. Mio padre lo fece ed io mi impegnavo per ripagarlo della sua fiducia, ebbi dei buoni risultati al punto che dovevo iscrivermi alla scuola superiore, ma le nostre possibilità erano comunque limitate e mi accorsi che mio padre chiedeva soldi in prestito per potermi comprare i libri, cosa che io non accettavo. Quindi, anche se per me fu un grande sacrificio, dichiarai falsamente che non avevo più voglia di studiare e che volevo imparare un mestiere, il suo mestiere, perché generalmente un figlio segue l’esempio dell’uomo che gli ha insegnato a vivere.

La decisione di interrompere gli studi mi fece soffrire, perché mi piaceva studiare, mi rendevo conto che in famiglia c’era bisogno, e un mensile in più avrebbe aiutato. Inoltre, la ristrettezza economica che mi toglieva la libertà anche di poter uscire con gli amici, sommata a tutto il resto mi faceva chiudere sempre di più in me stesso, peggiorando soprattutto il mio decadente rapporto col Signore. Avevo frequentato i culti con i miei genitori quando ero piccolo, ma ancora, non avevo accettato la fede dei miei genitori. Fattomi più grande andavo in chiesa solo per accontentare mia madre, ma il fatto di non riuscire ad accettare questa mia condizione mi rendeva impossibile fare il passo decisivo per Cristo.

Imparai il mestiere di mio padre, a dire il vero divenni anche molto bravo nel settore tanto che ero molto richiesto dalle grandi fabbriche di scarpe, l’ultimo posto in cui lavorai era la Starlet i cui proprietari erano gli Anastasio. Nel 1961, all’età di 19 anni fui chiamato al servizio di leva, ma purtroppo la malattia di mia madre peggiorò tanto da doverla ricoverare. Andai dal dottore per il certificato, e chiesi le condizioni di mamma, poiché ero il primogenito, mi disse con chiarezza che lei aveva circa una settimana di vita, poiché la tubercolosi stava danneggiando anche il cuore. Quel giorno ritornai a casa con un macigno sul cuore, piangevo, urlavo e litigavo col Signore poiché non accettavo che doveva prendersi mia madre così.

Non avevo ancora accettato il Signore, ma lo conoscevo e sapevo quello che poteva fare, così mi ritrovai a sfidarlo dicendogli che, se Lui veramente esisteva, era quello il momento di farsi conoscere. Uscii di casa e mi avviai alla fermata dell’autobus e lì intravidi il fratello Carmine Brandi che allora era il pastore della chiesa di Miano. Mi nascosi per non incontrarlo, per paura di reagire in modo poco decoroso visto lo stato emotivo in cui mi trovavo. Ma quel giorno io dovevo incontrarlo poiché fu il Signore a mandarlo lì. Mi vide e per la prima volta non mi rimproverò, ma mi chiese solo dove stavo andando ed io gli raccontai della situazione di mamma e lui si offrì di accompagnarmi.

Arrivammo in ospedale e mia madre stava sempre peggio, io mi allontanai perché non volevo vederla in quello stato, il fratello Brandi si avvicinò a me e mi disse che mentre pregavano per la mamma il Signore gli aveva parlato dicendogli che lei non sarebbe morta. Io restai molto meravigliato da quelle parole e in tutta risposta dissi che se veramente lei non sarebbe morta sarei venuto in chiesa assiduamente. Ma il Signore, a quanto pare, stava aspettando una mia reazione, infatti, mia madre si riprese e visse per altri tre anni da quel ricovero. Il Signore aveva mantenuto la Sua parola, ora toccava a me tener fede alla mia, così insieme a mio fratello Emilio, iniziammo a frequentare la comunità di Miano. In breve tempo il Signore mi salvò e mi battezzò nello Spirito Santo.

Poco dopo sentii una forte spinta in me che mi portò per la prima volta a predicare. Dopo tre anni da quella promessa il Signore aveva fatto tanto per me, e seppi accettare la morte di mia madre con il Suo aiuto. Era il 1966 quando conobbi, quasi per caso quella che oggi è mia moglie da circa cinquant’anni. Una sera io e il fratello Cosimo Barretta decidemmo di venire ad Afragola per il culto, poiché il Pastore Pasquale D’Alessandro venne a Miano in visita e mi colpì il suo modo di predicare. Tempo dopo, fummo invitati a venire ad Afragola, Maria chiese di controllare la sua macchina che non manteneva il minimo, e fu quella la prima volta che la vidi.

Dopo questo incontro i fratelli che erano con me quella sera, mi chiesero come avessi trovato la sorella Maria. I miei amici ne parlarono con il fratello Brando, il quale contattò il fratello D’Alessandro e i due stabilirono di farci incontrare. Una sera dopo il culto fui invitato a cena a casa di Anastasio Davide, che era il marito della sorella Angelina, quindi cognato di Maria. Dopo cena lei mi accompagnò alla porta e ci promettemmo di rivederci la sera dopo. Così ebbe inizio il nostro fidanzamento. Dopo un anno e mezzo circa ci sposammo il 14 maggio del 1967. Abitavo ad Afragola e spesso lasciavo mia moglie a casa ed andavo solo io a Miano. La situazione iniziò a pesarmi e presi la decisione di divenire membro effettivo della comunità di Afragola.

Mi aiutò a superare un periodo davvero brutto il fratello Pasquale, che mi disse che nella neonata comunità di Afragola servivano uomini e donne disposte a servire il Signore, così accettai e iniziai a lavorare anche lì nella Scuola Biblica Domenicale. Erano trascorsi circa cinque anni dal mio matrimonio ed ero membro attivo della comunità, e quando furono fatte le votazioni per il Consiglio di Chiesa ebbi il voto di tutti. Si convertirono tanti credenti anche a Casalnuovo e i fratelli decisero di costruire un locale più grande il cui pastore fu Stefano D’Alessandro. In seguito si sentì la necessità di aprire un locale di culto anche a Pomigliano. Pertanto, le Chiese di Afragola, Casalnuovo e Pomigliano costituirono le prime comunità consorelle.

Nel primo Consiglio di Chiesa si presero delle decisioni per la città di Acerra. Fummo impegnati io come consigliere e mia moglie, il fratello Pennasilico Giuseppe con la moglie e il fratello Della Bella Vincenzo con la moglie. I frutti di queste riunioni non si fecero attendere, si convertirono delle anime a Cristo e tra queste c’era il fratello Iacone Giuseppe. Quando il numero dei partecipanti aumentò, prendemmo un locale per poterci riunire in Via Soriano. Nel 1980, proprio nel periodo del terremoto, il consiglio di chiesa mi chiese se fossi stato disposto a lasciare la comunità di Acerra per cominciare una nuova opera a Casoria. Io inizialmente rifiutai perché non volevo lasciare i credenti di Acerra.

Ma durante un viaggio il fratello Liberato mi fece comprendere che non sempre i nostri desideri sono concordi con la volontà del Signore per noi, così decisi di accettare la proposta di andare a Casoria ad organizzare la comunità. Aprimmo il primo locale di culto nei pressi della piazza principale. Ad Acerra fu inviato il fratello Masullo Silvano. Continuai ad andare a Casoria ma, siccome il fratello Pasquale D’Alessandro stava invecchiando, divenni un punto di riferimento e gli proposi di rimanere ad Afragola per sostituirlo quando era assente, a Casoria subentrò il fratello Maggio Massimo. Alla sua morte fui io a sostituirlo.

Sono stato pastore della comunità di Afragola fin quando ho dovuto lasciare per raggiunti limiti di età, ma il Signore è stato buono con me, infatti, mi ha sostituito il fratello Daniele Russo, mio figlio. Aver lasciato la guida della Comunità fu per me anche un dolore poiché il nemico mi convinse che oramai non ero più utile, ma il Signore mi diede la possibilità di curare temporaneamente la comunità di Poggioreale. Ancora oggi continuo a lavorare nel vasto campo del Signore, insegnando nella classe degli adulti la domenica mattina e curando la riunione di studio del venerdì sera e voglio farlo fin tanto che il mio Signore non mi chiamerà a Casa. Che il Signore possa continuare a benedire l’Opera Sua, compresa Afragola e tutte le altre comunità.