STORIA DELLA COMUNITA’ DI AFRAGOLA

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Il 1953 ed il 1954 furono gli anni fondamentali per lo sviluppo della Chiesa di Afragola quando cominciarono a convertirsi le prime famiglie. 

Di seguito racconteremo le storie riportando i fatti salienti della loro testimonianza, sono storie contestuali e concatenate tra loro, tuttavia, per semplicità discorsiva le tratteremo una dopo l’altra.

La famiglia De Luca

Nel 1953, un giovane di nome Luigi De Luca venne a conoscenza del Vangelo, iniziando a fare esperienze personale con il Signore Gesù. Assieme alla sua famiglia abitava ad Ercolano, dei compagni di scuola lo invitarono ad assistere ad una riunione di culto che si svolse a Napoli in casa della sorella Vittoria Anastasio. 

Luigi fu colpito dal messaggio evangelico, e chiese di poter continuare ad ascoltare la predicazione del Vangelo. Quando sperimentò il miracolo della salvezza, il suo primo pensiero fu quello di parlarne alla sua famiglia. Arrivò a casa e con tutto l’entusiasmo di chi ha conosciuto da poco l’amore del Signore, parlò prima ai suoi genitori e poi alle sue sorelle. Il papà, Aniello De Luca, ascoltò con interesse il messaggio che il figlio gli stava comunicando, ma rispose che non poteva accettarlo poiché sentiva di essere troppo peccatore per poter ricevere il perdono del Signore, essendo un comunista convinto.

Durante l’anno la famiglia si trasferì ad Afragola per motivi di lavoro, ma di lì a poco Aniello si ammalò gravemente, tanto che i medici non davano speranza per la sua vita e gli diedero dei medicinali che servivano solo come palliativo, poiché si aspettavano che sarebbe morto di lì a poco. Ma il Signore aveva un piano diverso per lui, permise quella malattia in modo da potergli parlare senza che lui potesse controbattere, portandolo allo stremo delle sue forze fisiche.

Nel periodo in cui fu ricoverato, il Signore si manifestò a lui con delle visioni che in quei momenti di malattia e debolezza non riusciva a spiegarsi, cosa che fece solo dopo la guarigione e la conversione.

Come solitamente fanno tutti, quando si è malati o si prova molto dolore, si chiama la propria mamma, anche Aniello, in quei momenti di dolore chiamava la mamma.

Ma in uno dei suoi deliri si sentì correggere da una voce, che lo incitava a chiamare il Padre anziché la propria madre. La moglie Giuseppina era al suo capezzale, e vedendo il suo strano comportamento, gli chiedeva spiegazione di ciò che diceva, ma lui rispondeva che lo avrebbe fatto in seguito, in quel momento non voleva essere disturbato poiché Qualcuno gli stava spiegando ciò che stava vedendo in visione.

Aniello, vedeva un uomo che gli diceva di rivolgersi solo a Lui se voleva la guarigione fisica e la vita eterna.    

In un altro delirio, vide due uomini; uno avvicinarsi vestito di un’armatura da guerra con una spada sguainata che correva verso di lui per colpirlo cercando di farlo morire; l’altro uomo contrastava il male-intenzionato proteggendolo. Siccome per Aniello la visione era reale, si difese alzando il braccio per parare il colpo e quel braccio gli fece male per molti giorni. 

Più tardi comprese la visione, il nemico si era presentato per abbatterlo mentre Gesù era venuto per salvare la sua anima.

Quando guarì da questa misteriosa malattia, inguaribile secondo i medici, la prima cosa che fece fu quella di cercare Colui che gli era apparso in visione quando si trovava ricoverato a lottare tra la vita e la morte.

Gesù si fece trovare, perdonò i suoi peccati salvandolo e battezzandolo nello Spirito Santo (NDR vedi Atti capitolo 2 verso 4), e solo allora riuscì a raccontare ciò che aveva visto in visione e dargli una completa spiegazione.

Aniello mise a disposizione la sua casa, in corso Garibaldi ad Afragola, dove si riunivano i credenti di Casoria e Caivano per celebrare i culti, ma poiché era un periodo di persecuzioni, il padrone di casa chiamò i carabinieri che gli vietarono di celebrarli.

Nel 1954, anche le due sue figlie furono salvate e battezzate nello Spirito Santo, Anna e Caterina che avevano rispettivamente 14 e 17 anni, decisero di testimoniare pubblicamente la loro fede con il battesimo per immersione secondo gli insegnamenti del Vangelo, nella comunità di Napoli in San Giovanni a Carbonara.

Dai ricordi di Anna, ora molto anziana, si ha testimonianza dei primi giorni di vita del gruppo di credenti di Afragola. Quando le forze dell’ordine non permisero più di fare i culti in casa De Luca, il gruppo si recava in casa di una famiglia che si era convertita da poco, la famiglia Larino che abitava in via Setola n.44. Le due sorelle, nel recarsi presso l’abitazione della famiglia Larino, venivano spesso derise e disturbate da persone che non accettavano la loro fede.

Un giorno furono accerchiate da tante, troppe persone ostili, che dovettero intervenire i Carabinieri e portarle in caserma per evitare che gli potessero fare del male. Quando il padre fu avvisato della situazione, si precipitò in caserma e i carabinieri gli spiegarono che le avevano portate lì solo per proteggerle dalla folla inferocita e gli chiesero delle spiegazioni in merito alla loro fede. Aniello gliene diede in abbondanza in modo che potettero constatare di persona che effettivamente non facevano nulla che andasse contro la legge.

Paolo Capita e Anna de Luca

Delle donne “di chiesa” insieme al prete, avevano dipinto così male i nostri fratelli che la gente che non li aveva mai visti li considerava come dei mostri pericolosi. Le due sorelle De Luca un giorno incontrarono dei ragazzini che le guardavano di nascosto da un portone, e constatando che in effetti erano due persone normali si meravigliarono e uscirono allo scoperto affermando con sollievo “hai visto, sono persone come noi” provocando la risata nelle due donne.

Nonostante il periodo di persecuzione, questi cari fratelli avevano una fede e una fiducia incrollabile nel Signore; essi erano certi della promessa di Gesù che accampa gli angeli intorno a coloro che lo servono (Ebrei 1:14), per tanto avvertivano la loro presenza e non avevano paura delle persone che li oltraggiavano. La loro vita rispecchiava la loro fede.

Quando Giuseppina, moglie di Aniello De Luca, accettò il Signore, i suoi occhi si aprirono e lo Spirito Santo le fece vedere le numerose statue e le varie immagini dei santi, che aveva in casa, per quello che realmente erano, un’offesa al Dio vivente. Siccome non c’era ancora, ad Afragola, una comunità in cui potevano riunirsi, il gruppo di credenti, frequentava i culti che si tenevano a Caivano in casa del fratello Palmiero, e in occasioni particolari si recavano a Napoli.

Anna(anziana)

Quando non era giorno di culto, Giuseppina era solita pregare insieme alle figlie, e il Signore le benediceva grandemente facendo sentire la Sua presenza. La sorella Anna, che ricorda molto bene quei pomeriggi trascorsi in preghiera, raccontava del giorno in cui la sua mamma fu battezzata nello Spirito Santo. In quel periodo si festeggiava un santo, con precessioni nel paese. Questo evento, che sapevano essere sbagliato perché infrangeva il secondo comandamento (Es. 20:3-7), le spingeva a pregare ancora più intensamente per le persone in strada.

Giuseppina pensava che, quando si era in preghiera, se sospinti dalla potenza dello Spirito Santo, bisognava alzarsi e saltare di gioia. Lei aveva un problema alla gamba, e siccome si era convinta che il Signore battezzava solo in quel modo non si lasciava andare alla benedizione divina. Ma quel pomeriggio, quando era in preghiera con le sue figlie, lo Spirito Santo la battezzò, mentre era seduta, non sentì il bisogno di alzarsi in piedi.

Il Signore, che legge nei cuori, vide il suo desiderio, ma anche le sue paure così quando lei non se lo aspettava, e nel modo in cui non credeva, la battezzò.

Giuseppina fu fedele al suo Signore fino alla fine dei suoi giorni.    

La famiglia Capita        

Nello stesso periodo, un uomo di nome Matteo Capita lavorava come manovale a Santa Maria a Vico e un suo collega gli parlò del Signore, del Suo amore per tutti gli uomini e gli raccontò del modo in cui celebravano i culti, e di come la predicazione della Parola di Dio poteva cambiare i cuori. Prima di ritornare a casa, questo amico gli disse che, se era interessato a conoscere di più, poteva contattare la famiglia De Luca ad Afragola.

Matteo ritornò a casa e subito si mise in cerca di questa famiglia, fu semplice trovarla poiché in quegli anni i “protestanti” non erano tanti, e i pochi erano additati come persone strane e da evitare.

Ma ciò che attirava l’attenzione di Matteo, come riferito dalla figlia, non fu il messaggio di salvezza, ma la libertà che i credenti avevano tra di loro di poter parlare e raccontare le loro esperienze, diversamente dal cattolicesimo dove era solo il prete a farlo.

Parlava del Signore agli altri, ma lui non si convertì mai.

Riuscì a trovare la famiglia De Luca e fecero conoscenza, Matteo portò sua moglie e i figli con sé e i fratelli gli parlarono del Signore, il risultato fu che quasi tutti i membri della sua famiglia si convertirono al Signore, tranne lui.

La prima a convertirsi fu la moglie, Carmela Del Fiore la quale amava molto il suo Salvatore ma ebbe filo da torcere da parte del marito che nonostante l’avesse condotta lui a Dio, la faceva viveva un continuo combattimento spirituale per poter rimanere ferma nella fede. L’allontanamento definitivo di Matteo, dalla comunità, avvenne a causa di una discussione fatta con un credente, lui non volle perdonarlo preferendo non ritornare mai più tra i fedeli.

Per il carattere particolare del marito, Carmela viveva continuamente in tensione e non riusciva a rilassare la mente quando si trovava tra i suoi fratelli, questa condizione la portava a non realizzare appieno le benedizioni durante le riunioni, poiché già sapeva che un suo ritardo avrebbe causato una lite una volta rientrata a casa. 

La figlia Elvira racconta che la madre solo all’età di 75 anni, dopo la morte del marito, fu battezzata nello Spirito Santo poiché si sentì finalmente libera.

Il figlio Abramo, il più piccolo, raccontava che il padre si dilettava nel leggere le carte per predire il futuro, e la gente diceva che era bravo, poiché si avverava ciò che diceva. Un giorno Matteo chiese alla moglie se poteva leggergli il futuro per vedere chi dei due sarebbe morto prima, naturalmente Carmela si rifiutò, poiché era ben cosciente che quella non era una pratica che il Signore approvava “…gli indovini non entreranno nel regno dei cieli”. Ma lui non ascoltò la moglie e lo fece comunque, dalla lettura delle carte ne risultò che la moglie sarebbe deceduta prima di lui. Per la sorella le sue parole non ebbero alcun effetto poiché ben sapeva che l’ultima parola spettava al Signore del cielo e della terra, e disse che, se anche fosse accaduto così, non gli sarebbe importato poiché comunque sarebbe stata con Gesù.

Sta di fatto però che morì prima il marito, e nei giorni successivi alla sua morte i figli si ricordarono di ciò che il padre aveva detto, al che la sorella rispose che evidentemente il suo Dio non era d’accordo col dio con cui il marito era in contatto.

Una delle sue nipoti, raccontava che Carmela oramai anziana, non aveva l’abitudine di chiudere a chiave la porta di casa, e i nipoti la rimproveravano per questo, poiché la ritenevano una consuetudine pericolosa, in quanto poteva entrare qualche male intenzionato, sapendo che abitava sola. Quando i nipoti glielo ripetevano, la sorella rispondeva sempre con calma, che lei non era mai sola in quanto Gesù era sempre lì, indicando con la mano il posto accanto a lei, avvertiva in modo tangibile la Sua presenza. I suoi nipoti non gli dissero più nulla.

Carmela fu fedele al Signore fino alla fine dei suoi giorni.   

L’Apostolo Paolo scrisse ai Filippesi queste parole “…Comunque sia, o per pretesto o in sincerità, Cristo è annunciato…” (Fil. 1:18), riguardo a coloro che annunciavano il Vangelo senza crederci. A questa categoria di persone apparteneva Matteo Capita, che, come abbiamo già detto, nonostante non si fosse mai convertito, parlava ad altri del Signore. Il risultato di questa sua consuetudine fu la conversione del fratello Carlo Tornatelli, che tutti i credenti che lo ricordano, affettuosamente chiamavano “Carlino di Casoria”. Di questo caro fratello abbiamo pochissime informazioni. La moglie non accettò mai la sua scelta di fede, e si convinse che la mente del marito non era equilibrata, e quindi aveva bisogno della protezione dei santi e delle madonne che lei conosceva. Tanti fratelli rammentano il tintinnio che proveniva dalle numerose medagliette che la moglie gli cuciva all’interno della giacca. Nonostante l’avversione della moglie, Carlino riuscì a portare il figlio con sé ai culti, dove conobbe e, in seguito, sposò una delle figlie maggiori del fratello Ranaldi, Regina Ranaldi, e il matrimonio fu celebrato in una comunità evangelica.

Carlino ricevette la testimonianza che Cristo poteva aiutarlo in ogni problema proprio il giorno in cui il datore di lavoro, nonostante fosse il giorno di paga, non pagò i propri dipendenti. Carlino, come gli altri, era disperato perché senza il suo compenso mensile non sapeva come mandare avanti la famiglia. Matteo, notando il suo sconforto, si avvicinò e gli disse che lui conosceva il modo di poter risolvere il problema, consigliandogli di recarsi a casa dei De Luca. Carlino ci andò, e fu attratto dalle parole d’amore e di incoraggiamento che venivano dalla predicazione della Parola.

Durante il tempo dedicato alla preghiera, espose il suo problema al Signore, proprio come gli avevano consigliato i fratelli appena conosciuti. In quella sera di culto il Dio del cielo parlò al suo cuore, Carlino avvertì l’amore di Gesù e si sentì legato a Lui, tanto da non allontanarsi più dal gruppo di credenti e dal Signore.

Il Signore rispose alla sua richiesta, il giorno dopo il suo datore di lavoro lo chiamò per dargli il compenso che gli era dovuto. Molto probabilmente la prima volta il fratello Carlino fu spinto più dalla disperazione che dalla fede, ma il nostro Signore conosce il cuore di ognuno, e aveva visto il suo bisogno di salvezza.

VIA SETOLA                                        (famiglie Larino, Fonso e Di Lena)

Alla fine del 1954, in via Setola n.22, nel palazzo chiamato “palazzo Setola”, al secondo piano, sullo stesso ballatoio, vivevano tre famiglie: la famiglia Larino, la famiglia Fonso e la famiglia Di Lena. Queste tre famiglie erano unite tra di loro da profonda amicizia, in più le famiglie Larino e Fonso erano parenti.

Abitando nello stesso luogo, le donne che rimanevano in casa, si legavano con solide amicizie, creando legami quasi familiari. Essendo tutte di fede cattolica, frequentavano la chiesa dei Sacri Cuori, vicino casa loro, in più avevano un buon rapporto col parroco. Luigia Rufino, la moglie di Larino Domenico, pur essendo una fervente e praticante cattolica, era sempre in cerca di Dio. Non era devota alle statue né alla Madonna, ma solo al Cuore di Gesù.

Era l’otto dicembre, e come faceva sempre, portò tutti i suoi figli in chiesa per celebrare la festività. Mentre il prete celebrava la messa, volle avvisare i suoi parrocchiani che aveva saputo, di una famiglia di “Protestanti” che abitava ad Afragola. Il parroco continuò dicendo che questi predicavano un’altra legge, e mosso dalla rabbia, li definì apertamente dei “disgraziati”, persone che non credevano nell’infallibilità del papa e che disprezzavano la Chiesa. Il prete stava parlando della famiglia De Luca.

Luigina si scandalizzò delle parole dette dal parroco e quando, insieme alla famiglia, si mise a tavola per il pranzo, parlarono di ciò che avevano sentito dire dal prete. Il figlio maggiore, notando l’indignazione della madre, disse che aveva dei compagni di scuola che erano cristiani evangelici, ed erano delle brave persone. Luigina si sentì rassicurata da questa notizia, e quindi autorizzata a parlare con i “protestanti” per sapere cosa avessero da dire di diverso da ciò che la Chiesa Cattolica predicava. Espresse apertamente il desiderio di conoscere queste persone, anche come una sfida verso questa “nuova legge”. Nel suo cuore sentiva un richiamo da parte del Signore.

Il Signore Gesù, che vede nel profondo del cuore di ogni sua creatura, vide la sete di conoscenza di questa semplice donna e fece in modo che lei potesse arrivare alla fonte dell’acqua viva.

Un giorno incontrò una sua amica, che lavorava nella sua stessa fabbrica, le parlò di una loro vecchia compagna, che, si era sposata, ed era andata ad abitare a Napoli, ed era diventata “protestate”. La notizia suscitò il suo interesse e pensò di andarla a visitare.

Luigina lavorava in casa, cuciva i guanti aiutata dalle sue due figlie, un’attività molto praticata a quel tempo. Quando il lavoro, che le era stato commissionato, era completato lo portava a Napoli consegnandolo presso la fabbrica Mazzarella in via Foria.

Quella mattina andò a fare la sua consegna ma, ci andò con l’intenzione di riuscire ad incontrare la sua vecchia amica Angela, quella che era diventata “protestante”. Luigina si ricordava che, la sua amica, abitava in piazza Gian Battista Vico di fronte al deposito dell’A.T.A.N. Giunta nei pressi dell’abitazione di Angela, alzò lo sguardo verso i balconi dei piani superiori, incrociò il volto di una donna, che riconobbe come la sua vecchia amica d’infanzia, che non rivedeva da ben 15 anni. Angela, pure la riconobbe e la invitò a salire in casa sua, accettò ben volentieri, perché era ciò che sperava.

Quando entrò, notò qualcosa di diverso, non vedeva immagini di santi, ma quadri su cui si leggevano frasi tratte dalla Bibbia. Era tentata di chiederle il motivo del cambiamento che aveva fatto, ma non lo fece. Nemmeno la sua vecchia amica accennò alla sua nuova fede, parlarono di tante cose, tranne di Gesù, della qual cosa la sorella Luigina rimase delusa, perché era andata col proposito di sentir parlare di questa nuova religione. Dopo un po’ si salutarono e si lasciarono.

Quando la sua ospite andò via, Angela si sentì rimproverata dallo Spirito Santo per non aver parlato della sua fede, si giustificava dicendo a sé stessa che l’amica era molto devota al Sacro Cuore di Gesù, e aveva avuto timore di una sua eventuale reazione avversa. Sapeva di essere stata mancante nei confronti del Signore, che aveva condotto da lei la sua amica affinché gli parlasse di Lui. Quando lo realizzò, scoppiò in lacrime chiedendo perdono e supplicandoLo di darle un’altra possibilità di parlarle.

Luigia non si arrese, il suo desiderio di capire era forte, e fu determinata nella sua decisione di andarla a trovare ancora una volta. In occasione della prossima consegna, ci sarebbe sicuramente andata e avrebbe iniziato lei il discorso.
Molto tempo dopo, le due amiche si rincontrarono. Angela commossa per la benevolenza di Gesù, che le aveva concesso un nuovo incontro, raccontò a Luigia del rimprovero che ebbe dal Signore. Gli parlò della sua fede nel Salvatore Gesù Cristo, di come l’aveva guarita sia nello spirito che nel corpo e le raccontò la sua testimonianza.

Prima della sua conversione, Angela scoprì che il marito la tradiva, non sopportò l’umiliazione subita, e si lanciò dal balcone di casa rompendosi il femore, l’incidente la costrinse sulla sedia a rotelle. Fu proprio in questo frangente che gli fu parlato del Signore da alcune credenti che andarono a farle visita, presentandole la sorella italo-americana Cristina Brancaccio. Queste donne le parlarono del Signore e pregarono per la sua guarigione, Angela fu miracolosamente guarita, e compunta nel cuore per il dolce messaggio che aveva ricevuto, si convertì al Vangelo ed iniziò a seguire il Dio vivente.

Luigina fu colpita nel profondo del cuore da ciò che aveva udito, riconoscendo in quelle parole ciò che cercava disperatamente. Senza pensarci due volte, chiese se quelle sorelle potevano andare a casa sua. Alle due donne fu chiaro che il loro riavvicinamento era parte di un piano divino.

Cristina e la sorella Sala andarono a farle visita, esponendole il piano del Signore per la salvezza del mondo, grazie alla morte espiatoria di Gesù.

Luigia riconobbe che quella era la strada giusta da seguire e le invitò a ritornare nuovamente. 

Le sorelle gli anticiparono che sarebbero venute con dei fratelli responsabili. Luigina accettò con gioia e la prima cosa che fece fu di parlare alle sue vicine di ciò che aveva scoperto, li invitò ad assistere alla riunione che si sarebbe tenuta in casa sua. 
Il 19 marzo del 1955, tre credenti della Chiesa di Napoli, andarono a casa di Luigia, erano la sorella Cristina, la sorella Sala con un altro fratello, i quali le parlarono dell’amore di Dio provocando in lei un turbine di nuove sensazioni. Fu toccata dallo Spirito Santo e riconobbe il suo stato di peccatrice bisognosa del Salvatore.

La presenza di Dio entrò nel suo cuore benedicendola, facendole gustare l’ineguagliabile gioia per la salvezza dell’anima.

A. Di Lena

A questa riunione era presente tutta la sua famiglia, e invitò anche la famiglia Fonso e Di Lena, che furono toccati dal messaggio del Vangelo. Il piccolo Rino Di Lena, figlio di Angelo, nonostante avesse solo quattro anni, ricorda un particolare dell’incontro, la capigliatura della sorella Sala, formata da due grosse trecce legate insieme dietro la testa. 

Tutte le persone riunite in casa Larino, fecero domande ai fratelli, che furono felici di rispondere scorgendo la sete spirituale delle loro anime.

Finita la riunione, siccome era ora di pranzo, Luigia non poteva permettere che i fratelli andassero via digiuni. Era la festa del figlio, festeggiavano S. Giuseppe, così avevano preparato il sugo e i dolci tipici del periodo.

Avevano solo un chilo di pasta, la quantità giusta che consumavano per i sette componenti della famiglia, ma ora non bastavano per tutti. Quindi Luigia decise che la pasta l’avrebbe preparata per il marito, i figli maschi e gli ospiti, mentre lei e le figlie, avrebbero mangiato qualcosa dopo, volendo onorare quei fratelli che le avevano annunziato la Parola di Dio, offrendogli il pasto.

L’acqua nella pentola bolliva e calarono il chilo di pasta, con la speranza che potesse bastare per gli ospiti, ma successe qualcosa di stupefacente. Quando Luigia la colò e preparò dei piatti abbondanti, le figlie contandoli, si accorsero che arrivati al settimo, per loro somma meraviglia, la pentola era ancora piena, riuscendo a riempire tutti gli undici piatti e avanzandone ancora.

Luigia pensava a fare una bella figura con i suoi ospiti, non comprese che l’accaduto era probabilmente un miracolo. Tutte, solo in seguito, capirono che era stata la mano di Dio a moltiplicare il chilo di pasta.

Alla fine della giornata, chiesero ancora di ascoltare il messaggio della Parola di Dio.

I fratelli, quando ritornarono nella comunità, testimoniarono del piccolo gruppo ad Afragola, e della loro fame spirituale. Così, i responsabili della comunità, decisero di inviare a turno i fratelli Anastasio, Calabrese, Albino e Pagano una volta a settimana per tenere i culti in casa della famiglia Larino.

I primi a convertirsi della famiglia Larino furono Domenico, Luigia le due figlie Maria di 15 anni e Angelina di 10 anni, dei suoi vicini di casa, Angelo Di Lena e Teresa Fonso che, era stata suora per quattro anni, eppure non aveva mai sentito così tangibile la presenza di Dio nel suo cuore.  

I culti in casa andarono avanti per settimane, quel gruppo che, inizialmente era di quindici persone, era aumentato. Le persone che abitavano nelle vicinanze erano conquistate dalle lodi innalzate con cuore riconoscente. Spesso erano davvero tante, che erano costrette a seguire il culto sul ballatoio.

A Casoria già c’era un bel gruppo di credenti, la sorella Cristina che risiedeva in casa Ranaldi in quel periodo, radunava i credenti e li portava in casa di Luigina per celebrare il culto. Anna Ranaldi ricorda che partivano da casa loro in pochi per poi arrivare ad Afragola in circa venti. Il viaggio era fatto a piedi, il loro tragitto era programmato in modo da passare davanti alle abitazioni degli altri fratelli, così insieme potevano recarsi ad Afragola.

Il gruppo di Casoria. era composto, dalla sorella Cristina, la famiglia Masullo e la famiglia Ranaldi, che ad Afragola passavano a prendere i Capita e la famiglia De Luca, i quali abitavano sul corso Garibaldi.  Quando era giorno di culto, in casa Larino iniziavano i preparativi per accogliere i fratelli. La camera da pranzo, diventava la sala di culto, e per sistemare le sedie per tutti, i mobili venivano tolti e rimaneva solo il tavolo che era usato come pulpito. A presiedere la riunione, spesso c’era il fratello Consoli Fioravanti, padre della sorella Masullo Lidia, in occasione della visita che faceva a sua figlia, ne approfittava per intervenire nelle riunioni di culto. In seguito, fu incaricato dai fratelli di Napoli come responsabile del piccolo gruppo.

Spesso era presente, il sabato sera, un fratello americano, (probabilmente si trattava del fratello Raucci) di cui non sappiamo nulla, che portava sempre dei dolci. Siccome il culto finiva tardi e i fratelli dovevano ritornare alle loro case a piedi, presero la bella consuetudine di mangiare insieme dopo il culto. Ogni famiglia provvedeva a portare qualcosa e poi la sera mangiavano insieme; la sorella Luigina cucinava quello che aveva in casa che normalmente sarebbe bastato solo per dieci persone, ma dopo aver pregato, “miracolosamente”, ne sfamava circa trenta.

Anna Ranaldi, che era piccola in quegli anni, ricorda con affetto la sorella Luigia, perché questa era solita mettere dei biscotti o caramelle sempre nello stesso stipo della sua camera da pranzo, proprio dove erano seduti i ragazzini. Questi prendevano da quella scorta, convinti che la sorella non lo sapesse, ma ad ogni culto la trovavano sempre piena. Questi piccoli episodi mostrano l’amore che regnava tra di loro, pieni di quello spirito di fratellanza frutto del messaggio del Vangelo. “Vi riconosceranno dall’amore che portate tra di voi” (Gv.13:35).

Questa opera in evoluzione, dava fastidio, infatti insorsero contro di lei i preti della Chiesa del Sacro Cuore, i quali non agirono direttamente, ma inviarono delle donne devote, di cui alcune abitavano proprio nello stesso palazzo. 

LE PERSECUZIONI

Le persecuzioni contro la Chiesa si facevano sempre più insistenti, al punto che i preti cominciarono a ribellarsi dicendo al resto dei fedeli che queste persone erano scomunicate, che non credevano a nulla. Imponevano ai parrocchiani di non stare insieme a loro, di rifiutare i loro inviti, perché erano eretici che sviavano dalla verità. Da allora incominciarono a ingiuriare e schernire i fratelli, minacciandoli spesso con la violenza. Gli Evangelici erano oramai da associare al diavolo, al punto che alcuni facevano il segno della croce appena li vedevano.

I fratelli non potevano camminare liberamente per la strada perché erano oggetto di insulti, le offese erano di pari grado sia per i fratelli che per le sorelle, ignorando perfino la buona consuetudine dell’epoca, del rispetto dovuto alle donne. In merito a ciò la sorella Maria Larino racconta che lei e sua sorella facevano una strada molto lunga per arrivare alla loro destinazione, proprio per evitare di fare spiacevoli incontri. Tante volte la sorella Luigina incaricava i figli di fare la guardia per i fratelli che arrivavano, perché erano presi di mira con lanci di pietre, uova marce, pomodori e addirittura gli versavano addosso acqua calda dai balconi, così il figlio più grande li scortava fino a casa prima e dopo i culti.

Consoli F.

Si arrivò al punto che le “bizzoche” complottarono insieme al prete della chiesa dei Sacri Cuori, così “arruolarono” dietro compenso, un certo Vincenzo Della Bella per dare una lezione al fratello Fioravante Consoli per non farlo più venire.

Il giorno pattuito il Della Bella, seguito dalle persone che avevano contribuito al suo compenso, si appostarono sulla strada che solitamente faceva Fioravante.  Della Bella era pronto ad agire nel momento in cui lo avrebbe visto avvicinarsi, ma non si mosse alla vista del fratello e questi passò indisturbato per andare a prendere la corriera

Il corteo, che lo osservava, era molto arrabbiato con Della Bella poiché non aveva fatto quello per cui era stato pagato e chiesero spiegazioni. Lui si giustificò dicendo che non si era mosso perché quell’uomo era scortato da due Carabinieri e che quindi non si era fatto avanti. Tutti quelli che lo ascoltavano rimasero stupiti dalla sua dichiarazione poiché i due ufficiali li aveva visti solo lui. Questa esperienza rimase impressa nel cuore e nella mente di Della Bella, e sicuramente contribuì alla sua conversione, anche se ci vollero circa venti anni.  

Quegli uomini non comprendevano che, il Dio di quelli che consideravano solo dei “fanatici,” era vivente e che proteggeva i Suoi figli.

Fioravante continuò ad andare ad Afragola per circa otto mesi poi, essendo anche impegnato a Casagiove, chiese ai responsabili di Napoli di sostituirlo e venne al suo posto il fratello Pasquale D’Alessandro

Un giovedì, i fratelli stavano svolgendo il Culto in casa De Luca, in quanto i fedeli erano aumentati e il luogo era grande abbastanza da contenerli tutti, quando arrivarono i Carabinieri con l’intento di porre fine a quella riunione, e possibilmente rinchiudere il pastore in un manicomio. Ma Iddio non permise questo, ed infatti Pasquale D’Alessandro, guidato dallo Spirito di Dio, chiese ai Carabinieri di aspettare che il culto finisse e poi avrebbero potuto fare quello che volevano. Durante il Culto il Signore toccò il cuore di questi Carabinieri tanto che, dopo la fine del servizio, chiesero scusa per il loro comportamento; e quando andarono via dissero alla gente che li aveva mandati, e che stavano aspettando l’arresto dei fratelli, che i pazzi erano loro e non gli Evangelici, perché in mezzo a loro veramente si gustava la presenza del Signore.  

Sempre nel periodo di persecuzione, i preti della chiesa di Sacri Cuori, che era stata frequentata dalle famiglie, che ormai erano scomunicate, chiesero di parlare con il loro “capo”. Intervennero in questa riunione Padre Capuozzi, padre De Biase e con loro venne anche il signor Castiello, che era impiegato nella Curia di Napoli. I punti che vollero discutere in particolare furono: gli idoli, la verginità di Maria e l’esistenza di fratelli e sorelle carnali di Gesù.

Vollero sapere perché e dove era scritto che le statue non si potevano adorare, i fratelli gli citarono dal salmo 115 i versi che dicono “I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono” (v. 4-7).

Per quanto riguarda la verginità di Maria fu citato il passo in Matteo 1:25 che dice “…e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio…”. Furono ancora citati i passi di Matteo 12:46; “Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, stando di fuori, cercavano di parlargli” 

Matteo 13:55,56 “Non è questo il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi? Da dove gli vengono tutte queste cose?” dove è ampiamente dimostrato che Gesù non fu figlio unico ma ebbe altri fratelli e sorelle.

I due preti, per giustificare la loro decisione, dissero che si trattava di cugini, ma ascoltarono con attenzione e in silenzio, ciò che rispondevano i fratelli, non potendo controbattere all’autorità della Parola.

In fine. dovettero ammettere. che non potevano insegnare diversamente perché ormai le persone si erano abituate a queste dottrine ed ora non potevano più cambiare. Con questa triste dichiarazione i tre uomini lasciarono la casa di Luigina.

Dopo questo incontro, la situazione con la Chiesa cattolica si appianò un poco, i fratelli non furono accettati dalla comunità, ma in compenso cessarono le minacce e gli insulti.

Nonostante tutte le lotte e le persecuzioni che dovettero subire, il Signore fu con loro anche quando sembrava che il diavolo li avesse sopraffatti. Questi cari credenti seppero resistere alle difficoltà con dignità, per amore della testimonianza dell’Evangelo e in difesa di ciò che avevano ricevuto dal loro Signore.

Il Signore benediceva grandemente, battezzando nello Spirito Santo, fu il fratello Angelo Di Lena uno dei primi a fare l’esperienza del riempimento dello Spirito Santo e a parlare in altre lingue. Rino ricorda che durante la preghiera sentì il padre parlare una lingua diversa, ed essendo piccolo si spaventò di questo strano avvenimento.

L’opera dello Spirito Santo era attiva in mezzo a loro, le persone che si accostavano alla fede erano molte ed alcune manifestavano segnali di possessione demoniaca durante la preghiera. Diverse furono le esperienze di liberazione, sia quando i culti venivano fatti in casa della famiglia Larino, sia quando si svolgevano nella comunità di Caivano. In particolare, vi fu la liberazione nella comunità di Caivano di una donna sulla cinquantina, schiumava e urlava, la chiesa si riunì in preghiera e solo grazie all’intervento del Signore vi fu la potente liberazione. La gioia fu grande da parte della Chiesa quando diede gloria a Dio.

Nella foto riconosciamo in piedi da destra: Pasquale D’Alessandro, Fioravante Consoli, Maria Larino, Lidia Consoli,Angelina Larino. Seduti a partire da Angelina riconosciamo Domenico Larino, Vincenza Anastasio, Luigia Rufino, In alto a sinistra troviamo Elvira Capita e Maggio Massimo, e tanti giovani della Comunità

VIA PIAVE 13

Nel 1959 la famiglia Larino costruì un piano terra in Via Piave poiché il figlio più grande doveva sposarsi, prepararono la casa per gli sposi. Dopo qualche anno, costruirono l’appartamento al primo piano e adibirono a sala culto un lato del piano terra.

Nel frattempo, sia la famiglia Di Lena che la famiglia Fonso si trasferirono nella stessa strada, l’uno comprò casa a destra e l’altro a sinistra. Così ancora una volta si ritrovarono tutte e tre le famiglie insieme a collaborare in quello che sarebbe stato il primo locale di culto della piccola comunità di Afragola.

Nel 63’ fu inaugurato il locale, la gioia dei credenti fu tanta e i loro cuori furono colmi di riconoscenza verso il Signore che li aveva aiutati a superare le difficoltà del dopo guerra.

Iniziarono i culti nella piccola comunità appena nata, il Signore non mancava di far sentire la sua benedizione e li accresceva ogni giorno di nuovi cedenti.

Anna Ranaldi ricorda il primo giorno in cui Frezza Vincenzo venne in chiesa, nel momento in cui iniziò la predicazione della Parola di Dio, il demone che lo possedeva si manifestò spingendolo verso il pulpito per aggredire il pastore. Pasquale D’Alessandro, con l’autorità datagli dallo Spirito Santo, sgridò lo spirito immondo e il malcapitato indietreggiò. Nei culti successivi, Vincenzo strisciava sotto le sedie e il demone lo faceva parlare in altre lingue, costringendo il pastore a bloccarlo. La possessione durò diversi mesi, ma la Chiesa non si scoraggiò mai continuando a pregare con costanza. Quando l’Avversario si manifestava, la sorella Luigina invitava i più giovani ad entrare in casa propria per evitare che potessero essere turbati dalle manifestazioni. Dopo mesi di incessante preghiera, Vincenzo fu gloriosamente liberato dalla possessione e da quel giorno non mancava mai di testimoniare di quanto il Signore era stato buono nei suoi confronti.

Ci fu anche un altro episodio di possessione, ma in questo caso anche se la chiesa pregò con fede e perseveranza, l’uomo non volle essere liberato e alla fine scappò dalla comunità poiché non sopportava la presenza del Signore. Poco dopo i fratelli seppero che in preda alla sua possessione si fece investire da un treno, perdendo la vita.

Anna ricorda anche quando lo Spirito Santo battezzò molti giovani nella comunità, tra cui le sorelle Grado che erano sue coetanee. Magari la conoscenza biblica non era molto ampia come l’abbiamo noi oggi, ma quei cari erano pieni della potenza dello Spirito Santo. Coloro che erano malati, avevano l’unico pensiero di andare al Signore per ottenere la guarigione e chiedevano con fede ardente l’unzione dell’olio in ubbidienza alla Parola di Dio.

In quegli anni, alla sorella Luigina diagnosticarono un tumore, e la prima cosa che fece fu quella di pregare e chiedere l’unzione dell’olio. Aspettò la risposta da parte del Signore, che gli fece comprendere che non sarebbe guarita da quella malattia. Mai si lamentò e né si ribellò nei confronti del Dio guaritore, accettò con ubbidienza la volontà del Padre suo.

Altra testimonianza gloriosa è quella di una giovane di nome Giovanna che frequentava la comunità, quando tossiva grumoli di sangue gli uscivano dalla bocca. Spaventata, lo raccontò alla sorella Luigia che si organizzò per farla visitare, lo riferì alla Chiesa in modo da poter presentare la malattia al Trono del Padre Celeste.

Il dottore, allora chiamato “o podestà”, gli fece fare delle lastre dalle quale risultò che Giovanna Smarrazzo era affetta da tubercolosi, malattia che in quegli anni non era facile da curare; infatti, il medico gli ordinò di farsi ricoverare per ricevere le cure necessarie. La domenica mattina si pregò per Giovanna e la chiesa fu grandemente benedetta. Un credente dopo testimoniò di aver avuto la visione di due mani che si appoggiavano sulla spalla di questa giovane. Il culto finì, ma Giovanna era serena perché aveva ricevuto meravigliose benedizioni. Il giorno seguente, dovevano andare a Napoli per avere la conferma della diagnosi del dottore di Afragola. Portarono con loro le lastre vecchie, alla vista delle quali il dottore dichiarò che la situazione era critica. Fece ripetere gli esami e, con suo sommo stupore, dalle nuove lastre risultò che Giovanna aveva dei polmoni sani. Il Signore aveva operato in modo glorioso e miracoloso, Giovanna vedendo lo stupore del medico, gli confessò che lei aveva confidato in un Dio vivente e vero che può risolvere ogni problema.

 I Culti si svolgevano due volte a settimana, la domenica ed il giovedì, il Signore operava in coloro che si accostavano a Lui.
La comunità di Afragola ha sempre avuto un’impronta evangelistica, il Signore si usò dei culti di adorazione all’aperto, delle tende di evangelizzazione, delle riunioni in casa, e in particolare della testimonianza personale, che presenta efficacemente l’opera di Cristo Gesù.

I credenti, pieni di zelo e pieni di volontà di servire il Signore, andavano nelle piazze e dopo aver cantato alcuni cantici, iniziavano a parlare del Signore Gesù in modo spontaneo.


Nel 1964/65Pasquale D’Alessandro impegnò il fratello Giovanni Scarallo affinché organizzasse delle riunioni per i giovani il sabato sera. Per quest’opera, fu donata, dal fratello Calabrese Giuseppe, una 500 Belvedere e la disponibilità di un serbatoio sempre pieno. Stefano D’Alessandro era l’unico ad avere la patente e toccò a lui accompagnare Scarallo ogni sabato sera.


L’opera di Dio cresceva, il numero di credenti aumentava, e il locale a Via Piave divenne piccolo. Nel 1966 D’Alessandro Pasquale, affiancato da altri fratelli, decise di comprare un appezzamento di terreno a Licignano, dopo aver riscontrato dei prezzi troppo alti ad Afragola. Bisogna dire che in questo periodo si convertirono varie famiglie di credenti che abitavano nei dintorni di Licignano e Casalnuovo, come i Grado, Frezza e Trezza.

Su questo terreno, che si trovava tra Afragola e Casalnuovo, costruirono un locale più grande.

Nel 1966/67ad Afragola, fu deciso di iniziare l’attività della scuola Biblica Domenicale che già veniva fatta nella comunità di Napoli. Inizialmente sorse con tre classi e trentasei alunni, le lezioni si svolgevano nella sala culto, la quale veniva divisa in due ed in un’altra stanza messa a disposizione della famiglia Larino. La prerogativa era quella di formare nei ragazzi una coscienza sana, avvicinarli con impegno costante alla conoscenza della Bibbia, facendogli comprendere che in Essa, allora come oggi, potevano trovare tutte le risposte che il loro cuore ricerca.

Tra i primi monitori ci furono i figli del fratello Pasquale, Stefano ed Ester, poi si aggiunsero altri.  

Tagliaferri Enrico, cognato di Stefano D’Alessandro, fu invitato da questi ad insegnare nella Scuola Domenicale nel 1967 in vista dell’inizio dell’anno scolastico, ma siccome non era ancora stato battezzato nello Spirito Santo pregò tutta l’estate affinché il Signore lo battezzasse per poterlo servire. Una sera di agosto dell’anno dopo, il Signore lo riempì di Spirito Santo e a settembre accettò la proposta del cognato. Enrico è stato monitore ad Afragola dal 66’ al 68’, aveva anche il compito di andare a prendere i figli del fratello De Rosa per portarli alla Scuola Domenicale e poi riaccompagnarli a casa.

Tagliaferri curava la classe di bambini di dieci anni, tra i suoi alunni vi furono Silvano Masullo, Palladino Giuseppe e Angela Frezza.

Era un’attività molto fruttuosa per i giovani, e c’era sempre la presenza vigile del fratello Pasquale D’Alessandro, il quale aveva un amore ed una passione per i giovani, la stessa passione che ha travolto anche il figlio Stefano.

Per Enrico gli anni trascorsi ad Afragola nella Scuola Domenicale sono stati un periodo felice e molto benedetto, in particolare ricorda con emozione le prime recite degli alunni, e le gite insieme a tutta la radunanza.

A collaborare nella Scuola Domenicale c’erano anche i fratelli Maggio Massimo e Anna Ranaldi.

Nel 1973 l’Italia attraversò il periodo definito AUSTERITY, durante il quale il nostro governo, d’accordo con altri paesi Occidentali, emanò disposizioni volte al drastico contenimento del consumo energetico, in seguito alla crisi petrolifera in corso in quegli anni.

Massimo Maggio

Per agevolare i fratelli che venivano da Napoli con i mezzi pubblici, come il fratello Pasquale, suo figlio Stefano con le rispettive famiglie, decisero di fare dei culti a giorni alterni sia ad Afragola che a Licignano.

Siccome il nuovo locale era più ampio e disponeva di più stanze, per accogliere il sempre crescente numero di alunni, alla fine della crisi petrolifera decisero di spostare la Scuola Domenicale a Licignano.

Dopo 25 anni, la Scuola Domenicale, per la sola comunità di Afragola, tornò ad Afragola.

Nel 1975, fu invitato in chiesa Ferdinando Donatore, che accettò volentieri, si sedette in attesa dell’inizio del servizio, quando la presenza del Signore fu tangibile, Ferdinando si sentì male, avvertendo dolori sparsi per il corpo. Il dolore che sentiva era talmente forte che lo costringeva a raggomitolarsi (su sé stesso), facendolo cadere dal banco. La comunità non aveva mai assistito, fino a quel momento, ad una scena simile e si spaventò. Intervenne il fratello Maggio Massimo, insieme ad altri responsabili, sollecitò la Chiesa di mettersi in preghiera, poiché era un caso di possessione demoniaca; durante la preghiera si calmò permettendo al pastore di portare a termine la riunione. Donatore, continuava a frequentare le riunioni perché iniziava a conoscere Gesù ed era attratto dal messaggio del Vangelo, ma quando la comunità si riuniva in preghiera, la possessione si palesava. Le manifestazioni (demoniache) divennero sempre più frequenti e movimentate, poiché l’uomo era spinto dal demone a comportarsi come un animale, camminava nel piccolo locale e alzava i banchi, disturbando e spaventando i credenti in preghiera. Questa situazione andò avanti per varie settimane, fino a quando Ferdinando si arrese completamente al Signore, permettendoGli di liberarlo dal demone che lo tormentava.

In quel periodo, in via Piave, abitava anche la famiglia Di Fiore. I loro bambini giocavano con i figli dei credenti, che li invitavano a frequentare la Scuola Domenicale. I primi che accettarono il Signore furono Patrizia e Michele Di Fiore, poi nel tempo quasi tutti gli altri fratelli e sorelle.

Michele aveva 14 anni e Patrizia 16. Michele, essendo maschio, ebbe una certa libertà nel frequentare la Scuola Domenicale ed anche i culti. Per Patrizia, invece, la situazione fu diversa essendo una ragazza. Non le fu data la libertà di frequentare la Comunità, per la sua giovane età, non ebbe la forza di insistere con i genitori.  Nonostante ciò, nel cuore di Patrizia, il seme della Parola germogliava alimentato dalle semplici lezioni ricevute alla Scuola Biblica Domenicale.

Quando crebbe, si allontanò dalla Comunità, ma il Signore non si era allontanato da lei e le inviò la sorella Giovanna Smarrazzo, chiamata da tutti Giannina, che ogni volta che la incontrava approfittava per invitarla a ritornare in Chiesa.

All’età di 17 anni, nel 1978, si sposò sua sorella Anna, con la quale era solita uscire la domenica per fare una passeggiata, cosa che non poté più fare.

Vi erano anche le altre sorelle, ma essendo più piccole di lei non voleva uscire con loro. Capitava troppe domeniche, che Patrizia passava tutta la giornata in casa, facendo preoccupare la madre. Fu in questo periodo che la fiamma accesa nel cuore di Patrizia nella sua infanzia, ricominciò a brillare. Uscire per andare a messa e mangiare un gelato non riusciva a colmare il vuoto del suo cuore.

Quindi decise di ritornare nella Comunità, inizialmente senza il permesso dei genitori.

Dal 1978 al 1980 il Signore completò l’opera nel suo cuore.

Un po’ per volta, in ogni messaggio della Parola, o in un’esperienza personale, il Signore aggiungeva qualcosa alla sua fase di conversione.

Sempre in questi anni, Patrizia chiese di fare il battesimo in acqua, per testimoniare della rigenerazione del suo cuore.

Il marito della sua prima sorella, frequentava la Comunità, era quasi sempre presente alle riunioni di battesimi e Santa Cena. Patrizia pensò che, se l’avesse vista fare il battesimo senza avvisarlo, avrebbe potuto reagire male, così lo informò su quello che avrebbe fatto quella sera al culto. Nonostante Patrizia chiese di tenerlo per sé, il cognato lo disse alla moglie che lo riferì alla madre. All’ora di pranzo, di domenica, solitamente mangiavano tutti insieme, si scatenò una vera bufera in casa Di Fiore. La madre e la prima sorella si opposero alla decisione di Patrizia vietandole anche di andare in Chiesa. Ovviamente quella sera non fece più il battesimo, ma prese per mano sua sorella Pina e corse via per sfogare la delusione lontano dalla sua famiglia. Andò in piazza, che era tutta agghindata per la festa del Patrono, si riparò dietro un furgone, si accasciò e pianse a lungo pregando il Signore di darle forza per reagire alla delusione ricevuta.

La sorella Maria Larino le fu molto vicina e le consigliò di rimandare il battesimo considerando la reazione della madre.

Passarono due anni, Patrizia divenne maggiorenne, la madre aveva sentito che, le ragazze “protestanti”, non potevano sposare chi non era “protestante”. Questo avrebbe limitato, per sua figlia, la possibilità di trovare marito.

Ma, nonostante le preoccupazioni e i problemi che la madre le dava, il Signore completava la sua consacrazione nel cuore di Patrizia, battezzandola nello Spirito Santo. Fu un’esperienza dolce e personale, che non testimoniò pubblicamente fin quando non ricevette la conferma da parte del Signore. Questa arrivò durante un culto in cui era ospite il fratello Miccolis. Mentre pregava in altre lingue, il fratello si avvicinò a lei e le sussurrò di non dubitare di ciò che il Signore le aveva donato, in quanto il nemico avrebbe sempre insinuato il dubbio nella sua mente. Patrizia fu molto incoraggiata da quelle parole, che le confermarono il dono che il Signore le aveva fatto.

All’età di 21 anni, la madre “le trovò” un giovane pretendente. Questo giovane era quello che veniva definito “un buon partito” poiché aveva un lavoro stabile e un buon stipendio. Patrizia non voleva conoscerlo per timore di affezionarsi e di doverlo accettare senza aver prima pregato e aver ricevuto la risposta affermativa da Gesù. Voleva essere fedele al Suo Signore così ne fece oggetto di preghiera.

Il Signore rispose alla sua preghiera con il passo “Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che berrete; né per il vostro corpo… Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?” (Mat. 6:25-26). Inoltre, il Signore le fece notare che aveva il suo lavoro di orlatrice ben pagato, aveva una casa e una famiglia e che Lui si sarebbe preso cura di lei anche se non si fosse sposata.

Quando Patrizia decise di dire alla madre che non voleva accettare la proposta del giovane, arrivò il fratello più grande che disse alla madre che questo spasimante non era una brava persona.

Gaetano Guarino

La madre dovette cedere e lasciò la figlia libera di vivere la vita che aveva scelto. Patrizia lodò il Signore per aver aperto gli occhi alla madre e per averla aiutata a rimanere ferma nella sua decisione.  

Frequentava ancora la classe degli adulti della Scuola Domenicale a Licignano, dove nel 1984 conobbe un giovane credente che si era convertito da pochi anni, il fratello Gaetano Guarino.

Gaetano era più piccolo di Patrizia di quattro anni, e per questo motivo lei rifiutò la prima proposta di fidanzamento. Ma Gaetano, non riusciva a distogliere la sua attenzione da Patrizia, e decise di dichiararsi ancora una volta dicendole che il Signore glielo aveva confermato. Queste parole spinsero Patrizia a chiedere anche lei la conferma. Così comprese che il Signore approvava questa unione, quindi si fidanzarono.    

Quando i due giovani decisero di renderlo pubblico, andarono a parlarne con i fratelli responsabili, che dissero che loro due sicuramente avrebbero servito il Signore. I due giovani si sposarono nel 1986.

Un anno dopo il matrimonio, Gaetano ebbe un incidente sul lavoro che gli portò problemi al piede, tanto da impedirgli di lavorare per molti mesi.

Fu in questo periodo che il fratello Stefano D’Alessandro propose a Gaetano di andare a Roccamonfina e lavorare come custode del Centro Comunitario per il tempo che i responsabili avrebbero trovato un sostituto.

I coniugi Guarino chiesero di pregare prima di acconsentire. Poco dopo, compresero che potevano accettare essendo quella la volontà di Dio per loro. 

Trascorsero otto anni, il lavoro al Centro fu molto apprezzato e i responsabili gli proposero di rimanere.

La piccola comunità di Piedimonte Matese, distava poco da Roccamonfina, era curata dal fratello Franco Liguori, e spesso Gaetano e Patrizia vi andavano per collaborare e guidare l’adorazione suonando la chitarra.

Quando Franco si ritirò, la Chiesa volle il fratello Guarino come responsabile.

Dal giorno in cui accettò la proposta dei fratelli, sono passati 24 anni.

LA TESTIMONIANZA SI DIFFONDE AD ACERRA E POMIGLIANO

Agli inizi degli anni 70’ un fratello originario di Montesarchio, che abitava ad Acerra, aveva evangelizzato delle famiglie. Una di queste, la famiglia Marino, aveva accettato il messaggio del Vangelo.

Quando il fratello lasciò Acerra per ritornare al suo paese, la famiglia Marino iniziò a frequentare i culti nella comunità ad Afragola. Siccome sapeva delle altre famiglie che avevano ascoltato il messaggio evangelico, chiese ai responsabili di fare dei culti in casa ad Acerra.  

I fratelli del Consiglio di Chiesa decisero di inviare una delegazione di credenti, affinché celebrassero dei culti in casa del fratello Marino. Furono incaricati, per questo delicato compito, i coniugi, Russo, Pennasilico e Della Bella.

L’iniziativa ebbe una buona risposta da parte delle famiglie interessate, tanto che il gruppo crebbe. Le famiglie, che ospitavano i fratelli per il culto, estendevano l’invito ad amici e parenti; quindi, si decise di prendere un locale di culto. Affittarono un piccolo locale che si trovava al primo piano di un palazzo, sito nella piazza principale di Acerra. Questo ambiente fu utilizzato solo per tre mesi, il Signore li benedisse grandemente, tanto che negli anni 77\78 dovettero prendere in affitto un locale in via Soriano, più grande e capiente. 

Il Consiglio di Chiesa propose al fratello Gennaro Russo di prendersi cura di questo gruppo di credenti, egli accettò volentieri, mantenendo l’incarico per tre anni.

Dopo di che, lasciò la conduzione del gruppo di Acerra, per prendere quella di Casoria. Al suo posto fu inviato il giovane Silvano Masullo.

Silvano Masullo
Gennaro Russo