
Maggio Massimo nacque il 6 Agosto del 1941 a Orta di Atella dove è vissuto, in una famiglia di origine contadina. Nonostante le sue limitate possibilità economiche, il desiderio di viaggiare era molto forte in lui; altra sua consuetudine era stare in compagnia del suo gruppo di amici. Un giorno d’estate, insieme ai suoi compagni, e in particolare al suo amico di Orta Russo Salvatore andarono al mare.
Quella mattina, in spiaggia, c’erano delle persone che distribuivano dei volantini e dei Vangeli di S. Giovanni parlando del Signore Gesù. Il giovane Massimo raccolse un volantino che qualcuno fece cadere, lesse il contenuto e fu attratto dalle parole che vi erano scritte, tanto che si preoccupò di prendere anche un Vangelo e fu letteralmente conquistato dalle semplici parole che vi leggeva. Una di loro si avvicinò e iniziò a parlargli di chi erano e dove si trovavano, e lo invitò ad andare in chiesa quella sera stessa.
Massimo propose la cosa alla comitiva, ma questi rifiutarono, perché avevano già avuto un invito ad una festa, ma lui volle andarci comunque e quindi si separò dal gruppo. Il suo desiderio di ascoltare di nuovo quel messaggio era talmente forte che quella sera si recò in via Piave 13 dove trovò la piccola nascente comunità di Afragola. Entrò e ascoltò il messaggio della Parola con gioia ed avidità di saperne di più, non gli importava far tardi né ritornare a casa a piedi dopo il culto, ma rimase rapito da Gesù, infatti fu salvato quella sera stessa.
Ritornato a casa, parlò di quello che aveva sperimentato, ai suoi familiari ma questi non accettarono il messaggio del Vangelo, lo annunciò anche ai suoi amici, alcuni di loro si convertirono alla sua predicazione come il suo amico Salvatore Russo, che in seguito ad Afragola conoscerà e sposerà la sorella Anna Ranaldi. Frequentò assiduamente la comunità ma, siccome non era motorizzato, ebbe delle difficoltà per recarsi ad Afragola e quindi frequentò sia la comunità di Caivano che quella di Frattamaggiore curata dal fratello Antonio Bindo a casa del quale si svolgevano i culti.

In seguito, riuscì a frequentare la comunità di Afragola in modo stabile e il Signore fu buono verso di lui facendogli conoscere la sorella Elvira Capita che divenne poi sua moglie. Fece il patto col Signore nel mese di maggio del 1967 ad Afragola, nello stesso giorno anche Elvira scese nelle acque battesimali, ma non erano ancora fidanzati. Massimo, insieme al fratello Dattola Antonino, chiese a Stefano D’Alessandro, figlio del fratello Pasquale, di fare degli studi sulla Bibbia affinché i credenti potessero imparare ed evangelizzare con maggior conoscenza della Parola di Dio.
Si fidanzò con la sorella Elvira poco dopo e si sposarono nella comunità di Napoli Materdei il 26 maggio del 1968. Il Signore benedisse il loro matrimonio donandogli ben cinque figli, per i quali pregò sempre con fede, credendo fermamente che il Signore li avrebbe salvati tutti. La sua famiglia lo descrive come una persona pacifica e paziente, i suoi figli ricordano la sua dolcezza e la comprensione nei loro confronti. Difficilmente usava le maniere forti per educarli, preferiva parlare loro per capire gli errori ed evitare di ripeterli.
Lavorò nella scuola domenicale fin dai primi anni in cui decisero di iniziare questa bellissima opera, Massimo era impegnato insieme al fratello Enrico Tagliaferri. Col passare del tempo i fratelli responsabili vedevano che in lui vi era la guida del Signore nel predicare la Parola e fu impegnato molte volte nel portare un messaggio nella comunità. Nel 1966 il fratello Tagliaferri fu inviato sotto la responsabilità della comunità di Napoli, a Sant’Arpino per evangelizzare la zona. Siccome Massimo aveva i parenti proprio a Orta, il paese vicino, collaborò con lui nella cura della piccola comunità nata in casa del fratello Mario Tessitore.
La loro azione evangelistica toccò anche i paesi limitrofi ad Afragola come Acerra, Pomigliano, Volla, Casalnuovo, Arpino, la Cittadella e Capodichino. Maggio era sempre insieme al fratello Dattola, ed era accompagnato anche da alcune sorelle, tra cui Angela Dalvisi moglie del fratello Gianni Masullo. Nel frattempo, a Casoria il gruppo di credenti era cresciuto e il fratello Pasquale D’Alessandro pensò di proporre Massimo come pastore della giovane comunità, che ha curato con amore e devozione.
Aveva la buona abitudine di andare ore prima a Casoria, si anticipava perché si chiudeva in chiesa per pregare e poi andava nelle strade ad evangelizzare prima del culto. In uno di questi suoi incontri personali di preghiera col Signore, in chiesa fecero irruzione dei bambini che giocavano in strada, forse con l’intento di fare un dispetto e dare fastidio, ma lui come era suo solito, non si scompose, li fece accomodare e gli raccontò la storia di Gesù. Quei bimbi restarono seduti e composti rapiti dal suo modo di raccontare del suo Maestro e Salvatore. Il suo amore per i bimbi era davvero particolare e tanti sono stati i bambini che ha curato nel suo servizio nella Scuola Biblica Domenicale. Era dolce, docile ed amava profondamente l’opera di Dio.

La mattina del 13 luglio del 1987 insieme alla moglie ed al figlio Abramo di otto anni, si recò presso via Oberdan. Scese dalla macchina e mentre attraversava venne investito da un automobilista che sorpassò un’auto che si era fermata per farlo passare. L’impatto fu molto violento e fu portato d’urgenza al Cardarelli dove gli vennero dati i primi soccorsi. La diagnosi diceva che il suo bacino era stato fracassato e vi erano altre complicazioni, questa condizione non gli permetteva di lasciare il letto dell’ospedale. I fedeli non gli facevano mancare la loro presenza, con preghiere e incoraggiamento.
Enrico Tagliaferri andò a fargli visita e ricorda ancora oggi che la sua calma e il controllo, dovute alla fiducia che riponeva nel suo Maestro, erano sempre con lui anche in quelle atroci sofferenze. Antonio Cipolletta quando andò a fargli visita e lo trovò intento a parlare col suo vicino di letto della resurrezione. Gli stava dicendo che nel giorno della resurrezione, anche lui avrebbe camminato liberamente perché il Signore avrebbe trasformato il suo corpo mortale in quello spirituale. Era un Geremia moderno, aveva un fuoco e un ardore nel cuore che non riusciva a contenere, doveva dire a tutti quanto fosse bello essere figlio del Re dei Re.
Stefano D’Alessandro andò in ospedale e Massimo lesse un passo insieme a lui, un verso della Parola che stava meditando, si trattava di Geremia 31:16 “trattieni la tua voce dal piangere, i tuoi occhi dal versare lacrime; poiché l’opera tua sarà ricompensata…”, questo passo era per lui una risposta ed una conferma alle sue continue preghiere per la salvezza dei suoi figli, esse erano state ascoltate dal suo Dio ed anche se il Padre lo avesse chiamato a casa, aveva la certezza che Gesù non avrebbe lasciato la sua famiglia sola e senza protezione.
Dopo settimane di ricovero chiese alla moglie ed ottenne di essere portato a casa, poiché sentiva che il suo tempo stava per finire. In quei giorni la figlia Paola era al centro comunitario di Roccamonfina, obbedendo alla volontà del papà che volle che vi andasse comunque. Lo zio Abramo la andò a prendere in modo che potesse salutare il padre. Quando entrò nella stanza da letto e si unì alle preghiere di coloro che erano già presenti, ebbe la visione di tanti angeli che circondavano il letto. Anche Massimo doveva avvertire la loro presenza perché sorrideva e dava gloria a Dio. Ebbe un malore e il cognato lo accompagnò di nuovo in ospedale, ma il Signore lo chiamò a casa il primo agosto alla giovane età di 46 anni, durante la corsa al Cardarelli.
Elvira, la moglie, ricorda che mesi prima dell’incidente lui diceva spesso che da lì a poco sarebbe andato col Signore, lei lo prendeva in giro, poiché a nessuno fa piacere sentir parlare della morte del coniuge. La figlia più piccola sognò prima che avvenisse, la scena dell’incidente. Michela, la figlia maggiore, già un anno prima andando al funerale di un giovane di una famiglia convertita al Signore, mentre pregavano insieme avvertì la netta sensazione che quella situazione triste, quel dolore avrebbe fatto parte un giorno anche della sua vita.
Un passo a cui il fratello era molto legato era Giov. 12:3 “Allora Maria, presa una libbra d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli; e la casa fu piena del profumo dell’olio” poiché, come ricorda Michela, Massimo spiritualmente si sentiva come Maria in quanto aveva offerto al Signore il suo cuore che era il suo bene più prezioso. Una delle sue ultime meditazioni fatta nella comunità di Casoria, spronava i suoi fedeli dicendo “Fratelli il Signore è vicino e dobbiamo essere pronti per andare con Lui, ma voi vi sentite pronti? Io mi sento pronto per andare con Lui”.
Il Signore è stato fedele nei confronti della famiglia Maggio, poiché oggi tutti i suoi figli e nipoti sono convertiti, e il figlio minore Emanuele, che al tempo della sua morte aveva solo quattro anni, oggi predica la parola di Dio e sono in molti che affermano che somiglia molto al modo di predicare del papà. Dio è fedele.
I FRATELLI RICORDANO DI LUI
Il fratello Dattola Antonino racconta che Massimo aveva un modo unico di evangelizzare poiché si fermava a parlare con i ragazzini che trovava in giro per il paese e gli raccontava la storia di Gesù. Era guidato da ciò che Gesù diceva a coloro che cercavano di allontanare i bambini da lui <<…lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è di che è come loro>> (Mr. 10:14).
Angela Dalvisi ricorda che, per il suo modo semplice di agire e parlare, molti non prestavano grande ascolto a ciò che diceva, ma quando iniziava a parlare del Signore veniva rivestito di una potenza divina e tutti lo ascoltavano con rispetto e sottomissione. Lina Zanfardino, che era adolescente quando lui serviva il Signore, lo ricorda con ammirazione per la sua attitudine al servizio e il suo amore per le anime. Lo ha definito “un incassatore spirituale” poiché nonostante subisse problemi di ogni genere era sempre calmo e sereno, stabile come un grande albero con le radici ben piantato a terra mentre tutto intorno infuria il vento.
Enrico Tagliaferri ricorda Massimo come un uomo di Dio che si distingueva per lo zelo con cui operava per il Re Celeste, della sua pazienza e disponibilità nell’incoraggiare coloro che erano nei problemi. Il cognato Abramo Capita, anche quando non era convertito, amava parlargli spesso perché riconosceva che la mano del Dio potente era su di lui. Quando Abramo era a Roma come guardia del corpo di alcuni personaggi dello spettacolo, pensò di entrare nel mondo dello spettacolo come attore. Ritornato a casa sua ne parlò col cognato, questi gli rispose dicendo “Abramo, il nemico ti dà l’illusione di portarti in carrozza, ma in effetti sei sempre e solo tu a trainarla”.
Massimo non rimproverava mai coloro che andavano da lui per avere un consiglio, ma amorevolmente e con tatto metteva in evidenza solo ciò che il Signore poteva fare per i loro problemi. Testimone di ciò è Antonio Cipolletta che instaurò un profondo legame spirituale con Massimo, nel raccontare di lui usa un tono così tenero da trasmettere tutto il suo affetto fraterno verso questo caro servo di Dio. L’esperienza di salvezza di Antonio fu segnata dall’esempio di Massimo che lo curò teneramente proprio come si fa con un bambino che si appresta a fare i primi passi.
Antonio lo ricorda ancora camminare con una Bibbia sotto il braccio, precisando che dovunque si trovasse per evangelizzare, non era mai invadente, né tanto meno pressante. Iniziava col parlare d’altro ma poi faceva in modo di dirottare il discorso su Gesù. Si ricorda di quando veniva a fargli visita e la sorella e la mamma, che non erano convertite, ogni volta che lo sentivano parlare avevano l’impressione di sentire Gesù stesso, tanto era dolce il suo modo di esprimersi.
Ricorda anche di alcune visite di evangelizzazione fatte all’inizio della sua conversione con il fratello Massimo, la prima era a casa di una famiglia in gran bisogno al cui capofamiglia Massimo aveva già parlato del Signore. Erano talmente poveri che non avevano abbastanza sedie da far sedere tutti, così li fecero accomodare su sgabelli e panche. Ad un certo punto entrò in casa il padre del capofamiglia, che volle sapere chi fossero le persone li presenti, il figlio rispose goffamente: “sono di Gesù Cristo”, allora l’uomo si rivolse in malo modo verso Massimo chiedendogli se avesse mai visto il Gesù di cui parlavano.
A questa provocazione Massimo con molta calma e dolcezza rispose: “in effetti, quanto è bello il Signore”, anche se la risposta non c’entrava con l’aspra domanda, l’atteggiamento, lo sguardo, l’espressione del viso di Massimo, scombussolarono quell’uomo tanto da farlo desistere dal tono provocatorio e portarlo ad aprirsi parlando della sua vita e a chiedere di andare a far visita anche alla moglie. Il Signore ci onorò quel pomeriggio trasformando una situazione imbarazzante in benedizione.
Antonio ricorda ancora un altro episodio che gli è rimasto nel cuore, riguarda lui stesso quando ebbe il desiderio di fare il patto col Signore, ma fumava ancora. Era già sposato ed aveva il primo figlio, non riusciva a togliersi il vizio del fumo per quanto ci provasse. Una sera, dopo il culto, si intrattenne a chiacchierare con dei giovani, tra cui vi era anche Maggio, questi aveva intuito che lui desiderava fare il battesimo, lo conosceva, e sapeva della sua dipendenza e gli disse: “Antonio, il Signore vuole che tu ti battezzi, ma il fumo non si addice a un figliuolo di Dio”.
Antonio non aveva ancora realizzato che avrebbe potuto chiedere aiuto al Signore per la sua dipendenza, appena arrivò a casa si diresse in camera da letto e si inginocchiò accanto alla culla del suo bambino e pregò ardentemente per essere liberato da quel vizio, per servire il Signore liberamente e con la giusta consacrazione. Il giorno dopo, quando prese la sigaretta, si rese conto che non ne aveva più bisogno, era finalmente libero. Per Antonio, Massimo era un uomo di Dio con un grande discernimento spirituale, che riusciva a capire i bisogni e i sentimenti delle persone, aveva qualcosa di speciale, una consacrazione totale al servizio del Suo Maestro, e alle anime perdute.